Poca ma buona. Sembra una banalità, l’ennesima frase retorica accostata al mondo dell’alimentazione, ma quando parliamo di carne è un ritornello doveroso. Sacrosanto.

Negli ultimi tempi ci hanno detto che per salvare il pianeta (tra le altre cose) dobbiamo azzerare il consumo di carne. Soprattutto quella rossa. Sicuramente sarà così, non saremo noi a smentire gli scienziati di tutto il mondo.

Del resto come dar loro torto: gli allevamenti intensivi europei inquinano molto di più di tutti i veicoli in circolazione nell’intera Unione Europea. Lo ha detto un report di Greenpace pubblicato poco più di un anno fa, che ha preso in considerazione il periodo che va dal 2007 al 2018 e segnalato un aumento pari al 6% delle emissioni annuali negli allevamenti. Un incremento che equivale a 39 milioni di tonnellate di CO2 e che corrisponderebbe a 8,4 milioni di auto in più di quelle che già circolano sulle strade europee.

Il settore zootecnico europeo emette l’equivalente di 502 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, ma se consideriamo anche le emissioni indirette di gas serra ‒ per esempio quelle che derivano dalla produzione di mangimi o dalla deforestazione ‒ queste arriverebbero a toccare le 704 milioni di tonnellate di CO2. Una cifra esorbitante che supera le 655,9 tonnellate prodotte dai veicoli circolanti nell’UE. L’inquinamento prodotto dagli allevamenti intensivi è quindi maggiore di tutto quello dei trasporti.

E la situazione non è per nulla migliore in America o in Asia.

Quindi la carne andrebbe tolta dalle nostre tavole per aiutare il mondo a trovare una svolta vera e propria.

Ma è realistico tutto questo? Probabilmente no. Perché pensare, tutti, di smettere dall’oggi al domani di mangiare carne – presente quasi ogni giorno sulle tavole degli italiani – è utopia pura.

Quindi, se davvero vogliamo dare una svolta e contribuire in modo concreto alla questione ambientale dobbiamo anche essere realisti, non solo sognatori.

Gli allevamenti intensivi producono più CO2 dei mezzi di trasporto

Carne poca ma buona

E allora, torniamo al messaggio iniziale. La carne? Anche sì, ma poca e buona.

Sul poca non c’è tanto da dire, basterebbe consumare la carne rossa stando ben attenti a non superare certe dosi (non solo per una questione ambientale, ma anche di salute propria): l’Harvard School of Medicine restringe il limite di consumo di carni rosse a porzioni non superiori a 110-115 grammi, al massimo due volte a settimana; mentre lo IARC (l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) raccomanda di consumare una quantità di carne rossa non superiore a 500 grammi alla settimana.

Non proprio briciole.

Sul buona, invece, c’è un po’ più da dire.

Basta allevamenti intensivi

Oggi vige il sistema di allevamento intensivo e industriale, in tutto il mondo: America, Europa, Asia. Ed è proprio questo che devasta l’ambiente e che mette sul mercato prodotti animali con residui di antibiotici, ormoni e sostanze infiammatorie per il nostro organismo.

Ciò che deve davvero cambiare è innanzitutto il modello produttivo, non tanto la riduzione del consumo. O meglio: prima va cambiato il modello, e poi di conseguenza si dovranno per forza di cose abbassare anche i consumi di cibi animali, perché passando dai sistemi di allevamento intensivi a quelli estensivi e biologici si risolve già in un colpo solo il problema dell’impatto ambientale. La produttività degli allevamenti estensivi è infatti inferiore a quella del modello intensivo, ma dal momento che la produzione attuale in ogni continente è eccessiva e i consumi anche, il cambio di modello produttivo è proprio quello che serve per apportare la correzione al paradigma generale, in senso virtuoso e positivo per tutti.

C’è poi un altro aspetto da tenere in considerazione: abolire il sistema intensivo significherebbe abbattere anche il trasporto di animali fra stati e, quindi, evitare un’ulteriore emissione di CO2. Quante volte sull’etichetta del prodotto avete letto “allevato in Olanda” e “macellato in Italia”? Ecco, questo è dovuto dal sistema industriale intensivo. Se ci fossero più allevamenti estensivi locali e se mangiassimo più carne a km0 questi trasporti non esisterebbero.

Attenzione alle alternative vegetali

Attenzione poi alle alternative che spesso vengono indicate per eliminare la carne. Chi vi dice di aumentare il consumo di alimenti vegetali come soia (il tofu ad esempio), cereali o legumi in sostituzione della “ciccia” vi sta dando un messaggio vuoto e fuorviante perché questo comportamento (spesso) non vi porta a nessuna tutela ambientale.

Il punto sta sempre nella filiera d’origine: se acquisto un qualsiasi vegetale coltivato con l’agricoltura intensiva, l’impatto su ambiente e salute dei consumatori rimane molto negativo. Allo stesso modo di quello dell’industria del cibo animale, in quanto le produzioni di cereali nel mondo sono quantitativamente superiori a quelle delle carni, per esempio.

Il tofu è uno dei tanti prodotti ottenuti dai semi di soia gialla

In conclusione: che fare?

Dobbiamo fare di tutto per togliere di mezzo l’industria intensiva di carne e latticini per favorire quella estensiva, biologica e di prossimità.

Per farlo ci dobbiamo ricordare di informarci sempre prima di acquistare o consumare della carne, verificare la sua provenienza, accertarci che sia stata prodotta in un allevamento estensivo. Se tutti seguissimo questo consiglio l’industria alimentare che supporta lo stile intensivo vedrebbe crollare i propri guadagni.

Per questo serve una politica vera, che faccia il bene delle persone e del pianeta, che faccia diventare la sostenibilità una cosa concreta e non una parola vuota, buona solo per il marketing delle solite aziende.

Ma cosa può fare davvero la politica? Semplice: dovrebbe portare i finanziamenti della Ue a vantaggio delle piccole aziende locali a produzione estensiva e biologica, requisendo i fondi ai grandi gruppi produttivi, che tengono in piedi il sistema di allevamento intensivo. Proprio il contrario di quello che avviene oggi.

E serve un’informazione seria, che vada dritta al punto in modo realistico e non utopistico. Bisogna spiegare alle persone – in modo particolare a quelle che non hanno nessuna intenzione di abbandonarla – che la carne può anche essere mangiata, ma consapevolmente: in minor quantità, ma di maggiore qualità. Anche a costo di spendere qualche euro in più.

Così noi, dal canto nostro, dobbiamo contribuire alla creazione di un movimento di massa che creda e sostenga con fermezza questa nuova prospettiva. Sono le nostre scelte a indirizzare le grandi industre alimentari: ricordiamoci che ogni volta che facciamo la spesa abbiamo la possibilità di scegliere da che parte stare.

Solo così possiamo aiutare davvero il pianeta in modo concreto. Non rinunciando (controvoglia e senza cognizione di causa) a una porzione di carne rossa.