Il rischio è davvero grande.

Un momento storico, questo, in cui molti negozi di prossimità stanno abbassando le serrande. Il motivo? Tra i più diversi e disparati: la mancanza di innovazione, l’arrivo della grande distribuzione, il commercio elettronico e così via. Un problema non solo pratico e limitato alle famiglie e alle persone che vivono di queste attività; il rischio è più grande e consiste nella perdita di parte del nostro patrimonio culturale gastronomico.

Un grido di allarme rilanciato più volte dai media, ma anche un dato di fatto da cui il Club di Papillon, il movimento di consumatori fondato dal giornalista Paolo Massobrio, ha deciso di ripartire stilando il Manifesto della Bottega Italiana, un decalogo che vuole essere prima di tutto un elemento di sensibilizzazione politica: verso le istituzioni e verso le associazioni di categoria.

Il presente documento verrà firmato il 28 ottobre in occasione di Golosaria Milano 2018, in programma da sabato 27 a lunedì 29 ottobre negli spazi del Mi.Co – fieramilanocity.

I soci o i negozi non sono tutti uguali – dice Paolo Massobrio – non sono partite iva o numeri, ma storie di altissima professionalità che permettono ai territori di vivere”. Per questo i bottegai, che insieme al Club di Papillon hanno stilato il manifesto, si sentono portatori di un’economia diffusa, che a sua volta valorizza le microeconomie artigianali.

Dalla boutique del gusto alla gastronomia, dalla pasticceria alla macelleria fino alla pescheria, all’enoteca, al negozio di delicatessen più specifico, alla panetteria e al negozio di frutta e verdura: categorie merceologiche molto distanti fra loro, accumunate però da una storia e da una prospettiva per il futuro.

Ecco i punti del primo manifesto:

  • La bottega italiana è interpretazione del cambiamento e non nostalgia di una congiuntura passata
  • La bottega italiana è un’impresa che interpreta la crisi come stimolo intraprendendo l’unica strada percorribile: la distinzione qualitativa
  • La bottega italiana fa vivere il proprio territorio, raccontandolo attraverso le storie dei prodotti e dei produttori di prossimità capaci di tramettere il fascino di un luogo
  • La bottega italiana deve fare rete sul territorio con altre botteghe, ma soprattutto coi contadini e gli artigiani, così da diventare un piccolo centro che rappresenta un forte motivo di attrattiva
  • La bottega italiana è venditrice di stile di vita perché in grado di comunicare ai visitatori, in particolare esteri, l’italian way of life ossia la visione di un territorio con occhi nuovi
  • La bottega italiana è presidio sul territorio, soprattutto nelle piccole realtà territoriali, ma ha l’ambizione, con la sua distintività, di attirare gente che arriva da molto lontano
  • Il bottegaio diventa co-produttore perché consiglia e indirizza gli artigiani con cui collabora, senza gelosie, giacchè si ritiene un luogo dinamico e propulsore di continue scoperte
  • Il bottegaio è maestro d’accoglienza perché intuisce i desideri di chi entra e li stimola con esperienze nuove
  • Il bottegaio è un bravo comunicatore on line, mantiene il sito aggiornato e utilizza i social network per raccontare il suo assortimento e chi sta dietro ai prodotti
  • La bottega italiana non teme la concorrenza della GDO, ma la utilizza come stimolo alla creatività e alla personalizzazione dell’offerta. Integra vendita on line e off line, puntando sempre su uno storytelling efficace.

Ci auguriamo sia il primo passo verso un impegno concreto da parte di bottegai, consumatori e istituzioni, al fine di salvaguardare un pezzo di storia dell’enogastronomia e dell’economia italiana nella speranza venga intrapreso un percorso che ri-attualizzi e rinnovi questa tipologia di attività in un contesto economico e sociale che dagli ultimi decenni sta cambiando sempre più velocemente.