È iniziato tutto con una storia su Instagram.

Francesco, infatti, non avrebbe mai pensato di fare il cameriere e soprattutto di riuscire a farlo così. Ma procediamo con ordine.

Francesco Martini è nato pochi giorni dopo la fine della guerra in Kosovo, il 4 giugno del 1999, a Seriate. Ma la sua nascita non è così scontata come potrebbe esserlo per altri figli.

I suoi genitori, Marija e Jjon, si sono conosciuti a Vitina, poiché frequentavano la stessa parrocchia, essendo tra i pochi cattolici in Kosovo, paese a maggioranza musulmana. Per anni Jjon è stato professore di matematica, poi, in quanto fratello maggiore di ben undici figli, decide di aprire un market per aiutare la famiglia; uno di quei negozi alimentari che sanno di est, che vendono un po’ di tutto, da prodotti conservati a freschi quali uova, pane, carni o verdure. Ricordiamo che quella kosovara è un’economia di sussistenza, dove non sono pochi a coltivare ancora il proprio orto o ad allevarsi maiali, mucche, galline.

Impronte RistoranteGli anni della guerra in Kosovo non sono facili per nessuno, ma per chi ha un’attività ancora meno. “Decidevano tutto loro, anche l’ora in cui andare a letto, visto che c’era il coprifuoco. Poi arrivavano e ti chiedevano soldi e se non ce li avevi erano affari tuoi”.

All’ennesima ingiustizia, Jjon decide di andarsene, soprattutto per quella che ai tempi era la loro unica figlia, Donjeta, che stava crescendo senza intravedere un futuro. Così contatta uno zio prete in Italia e nel 1997 riesce ad arrivare a Milano e trovare lavoro prima come giardiniere poi come autista e dopo un anno, grazie al ricongiumento familiare, riesce a farsi raggiungere da Marija e Donjeta. Negli anni iniziano ad arrivare anche alcuni dei suoi dieci fratelli, che ancora oggi vivono a Bergamo con le loro rispettive famiglie.

Con il finire della guerra, a Seriate, nasce Francesco. Francesco non ha mai dimenticato da dove viene, anzi; cresce ben consapevole e orgoglioso delle sue origini, ma soprattutto con una profonda gratitudine verso la sua famiglia. “Sono debitore nei confronti dei miei genitori fin dal primo giorno, per tutto quello che hanno vissuto e perché grazie a loro sono nato in una realtà non di guerra, e questo non lo potrò dimenticare mai”.

Francesco è legatissimo alla sua terra d’origine, ogni estate sente il bisogno di andare in Kosovo, anche solo per pochi giorni: “Non è per forza una cosa legata alla mia famiglia, anche se di certo sono stati loro a trasmettermi l’amore e il rispetto per la nostra terra; ad esempio a casa parliamo sempre kosovaro, quindi diciamo che la mia origine la vivo tutti i giorni. Ma è anche una cosa solo mia, infatti ci vado spesso da solo, soprattutto d’estate quando un ristorante organizza un sacco di feste con musica dal vivo per i kosovari che ritornano”.

“Buongiorno, sono Francesco, ho un’esperienza pari a zero, ma ho una gran voglia di lavorare perché non voglio più chiedere ai miei i soldi per le sigarette, visto l’immenso rispetto che nutro nei loro confronti”

A Bergamo Francesco frequenta prima una scuola di chimica, di cui è un grande appassionato, poi una di economia e marketing (che ha quasi finito), finché circa un anno fa non vede su Instagram una storia sul profilo di Samantha, una compagna delle medie: “Ristorante Impronte cerca un cameriere”. Francesco non ci aveva mai pensato, stava ancora studiando, ma aveva appena deciso di trovarsi un lavoretto estivo perché non voleva più chiedere i soldi per le sigarette ai genitori; aveva ormai 18 anni e iniziava a sentire un senso di responsabilità, forse, per ovvie ragioni, più forte dei suoi coetanei.

Così, risponde a quella storia con sincerità: “Buongiorno, sono Francesco, ho un’esperienza pari a zero, ma ho una gran voglia di lavorare perché non voglio più chiedere ai miei i soldi per le sigarette, visto l’immenso rispetto che nutro nei loro confronti”.

“Il lavoro in sala non si limita agli spazi e ai tempi del ristorante, ma è qualcosa che esce fuori e ti condiziona anche il resto della vita: il contatto con i clienti è cultura, ti apre gli orizzonti e ti ricorda che il mondo è molto più grande”

Comincia subito, prima solo il weekend, poi anche durante la settimana. Esce da scuola (che non ha ancora alcuna intenzione di lasciare), mangia velocemente e poi attacca a lavorare: sistema le posate, ripassa i tavoli, cura la mise en place in modo millimetrico e dalle 20 è in sala. “Sia lo chef Cristian Fagone che sua moglie Francesca mi hanno trasmesso una grandissima passione per questo lavoro e mi hanno insegnato un mestiere, che mai avrei pensato di fare e che invece ho capito essere quello che voglio fare nella vita. Mi piace molto il lavoro in sala perché non si limita agli spazi e ai tempi del ristorante, ma è qualcosa che esce fuori e ti condiziona anche il resto della vita: il contatto con i clienti è cultura, ti apre gli orizzonti e ti ricorda che il mondo è molto più grande”.

Da qualche mese gli hanno comprato un abito nuovo da lavoro dalla rinomata Sartoria Latorre, di cui Francesco è molto fiero; la prossima tappa sarà quella di invitare i suoi genitori a cena, perché Cristian e Francesca vogliono mostrar loro quanto è bravo e come lavora bene. “Ma ci vuole un’occasione speciale”, spiega Francesco, “non si va mica fuori a cena così, soprattutto qui, dove puntiamo tutto sul far vivere un’esperienza particolare, indimenticabile, sul lasciare appunto, un’impronta”.

E allora forse questa non è che una storia tra tante, ma ci ricorda che è tutta una questione di segni, di porte che si chiudono e di altre che si aprono, di persone che decidono di tracciare il loro percorso con determinazione, ma che alla fine non avrebbero potuto non incontrarsi.

Parole di Giulia Ubaldi
Foto di Matteo Zanardi