Da molti anni stiamo vivendo un periodo di grande riscoperta di prodotti enologici e di conseguenza enogastronomici. Sono molte le zone in Italia che hanno abbandonato una produzione viticola quantitativa per lasciare spazio ad una sempre più evoluta qualità.

Chi ha iniziato questa corsa all’oro in anticipo ha ora sviluppato una fitta rete di commercio che gli permette di essere conosciuto dai più come un sinonimo incontrastato di eccellenza e qualità. Con il tempo il vino pioniere di punta della linea si è aggiudicato premi ed estimatori disposti a spendere qualsiasi cifra per accaparrarsi il tanto blasonato nettare. Nel corso di questi anni le cantine hanno sviluppato molte linee di prodotti, qualcuna con lavorazioni differenti e meno ricercate che nonostante ciò vivono di riflesso della fama e del nome della bottiglia importante vincitrice di diversi riconoscimenti.

Cosa comporta tutto questo? Ve lo spieghiamo raccontandovi la storia di Sergio Sardelli, viticoltore di Castellina in Chianti e proprietario dell’azienda Il Cellese.

Il viticoltore Sergio Sardelli

Le origini di Sergio sono ben radicate nel cuore della Toscana, per esattezza nella zona del Chianti Classico, dove da diverse generazioni si produce vino nella azienda di famiglia “Villa Rosa”.

Circa vent’anni fa però Sergio decide di dare una svolta al suo lavoro, sfidare le abitudini della sua famiglia e provare a produrre con l’enologo Mirko Niccolai un Chianti che esprima al meglio l’eccellenza del suo terroir. Un vino atto a lunghi invecchiamenti, che continua la sua evoluzione in bottiglia, dopo un passaggio in botti di rovere francese.

Il nostro imprenditore arriva oggi a produrre circa trentamila bottiglie su sei ettari di terreno, ricavando circa quaranta quintali di uva per ettaro. Questo è sicuramente dovuto ad una scelta fatta dall’uomo, dove da ogni pianta, in cantina, si è scelto di avere una bottiglia. A differenza di tanti altri produttori, Sergio ed il suo team hanno deciso di eliminare dalla pianta i frutti di troppo; così facendo i grappoli d’uva non scartati e lasciati sulla pianta godranno di tutto il nutrimento avendo acini più ricchi di tutti gli elementi che la pianta riceve dal terreno.

Questa scelta ha portato l’azienda a conquistare diversi riconoscimenti tra cui nel 2019 il 31° posto nella prestigiosa Best Italian Wine Award (i migliori 50 vini italiani), con il loro SorBruno, Chainti Classico Gran Selezione.

La cantina in cui riposano i vini di Sardelli

Questa è una bellissima storia, ma dove possiamo noi appassionati di poesia nel calice assaggiare questi vini in Italia? Da nessuna parte! Sergio come tanti piccoli produttori di sogni non ha mercato in Italia. La scelta di selezionare solo pochi grappoli per pianta e la lavorazione del vino portano a dei costi troppo elevati per quelli che sono gli standard dettati dal mercato che non danno valore ad una piccola azienda senza un nome blasonato.

Dove finisce allora il vino di Il Cellese? Finisce all’estero e nel caso specifico in America. In Italia siamo troppo “attaccati alla maglia” per usare un modo di dire che rende l’idea; l’italiano medio chiede prima di tutto il prezzo del vino, senza ancora aver capito di che prodotto si tratti e valuta il prodotto quasi esclusivamente per il rapporto prezzo/etichetta. Lo straniero a differenza va a trovare Sergio in cantina e vede i sacrifici che vengono fatti nel quotidiano, si informa sui processi di lavorazione e sulla storia, ma soprattutto non chiede chi sei ma cosa sei! Non è importante il tuo nome ma quello che fai!

Tutto questo ha portato Sergio, ma come lui tanti altri piccoli produttori, a scegliere di non lavorare quasi totalmente con il mercato italiano causando così la fuga di prodotti eccellenti all’estero.

Nella linea produttiva di Il Cellese troviamo:
– Abino, un Sangiovese in purezza lavorato in bianco;
– Pictus, IGT Rosso Toscana, 60% Sangiovese, 20% Merlot, 20% Cabernet Sauvignon, fa un passaggio per 12 mesi in barrique ed altri 6 mesi in bottiglia;
– Il Cellese Chianti Classico, 100% Sangiovese;
– Il Cellese, Chianti Classico Riserva Docg, 100% Sangiovese, fa un passaggio in barrique di legno francese per 24 mesi ed altri 12 mesi in bottiglia;
– Sor Bruno Chianti Classico Gran Selezione, 100% Sangiovese, fa un passaggio in barrique di legno francese per 36 mesi ed altri 24 mesi in bottiglia.

Sor Bruno Chianti Classico Gran Selezione

Chiudiamo l’articolo come da consuetudine con le tre domande di rito:
1. Consigliaci un abbinamento tradizionale con un tuo vino.
Sergio da buon toscano non si smentisce e ci consiglia una fiorentina, rigorosamente al sangue, con il suo Il Cellese Chainti Classico Riserva Docg;
2. Consigliaci un abbinamento originale con un tuo vino.
Come particolare ci invita a provare Albino, un vino bianco di forte carattere, con un’arista di maiale con accanto delle pesche caramellate al forno
3. Con che vitigno faresti all’amore e a che donna famosa lo ricolleghi.
Anche sulla domanda più indiscreta il nostro amico non smentisce le sue origini. Sceglie il Sangiovese: caldo, corposo, pieno e passionale. Un vino che migliora con il tempo, come la donna a cui lo ha paragonato: Monica Bellucci.

Federico Barbieri Sommelier AIS – Papillon in vigna