Alessandro Cornali è figlio d’arte. Il mondo della cucina ha sempre fatto parte della storia della sua famiglia. Dalla nonna Lidia, fino a papà Mario, attuale titolare e cuoco del Ristorante Collina di Almenno San Bartolomeo (Bg). E’ letteralmente cresciuto ai fornelli, anche se forse, professionalmente parlando, l’amore vero per questo lavoro è nato in lui durante l’adolescenza e la frequentazione dell’Istituto Alberghiero di Nembro (Bg).

Il suo curriculum, a soli 25 anni, vanta esperienze d’eccezione, come quella al fianco di Yannick Allèno a Parigi, tra le più significative. Ora si trova a New York, alle prese con l’inizio di una nuova entusiasmante esperienza, quella nel due stelle Michelin di Dan Barber.

Un ragazzo dall’animo gentile, Alessandro, a cui mi son sentita in dovere di fare una domanda: perchè lo fai? Perchè cucini?

In un mondo, quello della ristorazione, in cui sembra più importante apparire che cucinare, in cui si fa esclusivo riferimento (da parte degli addetti al settore) a menzioni, premi, valutazioni, recensioni e critiche, credo sia utile per tutti tornare all’essenza. Perchè lo fai?

Perchè un ragazzo o una ragazza dovrebbero essere attratti da questa professione? Forse siamo nell’epoca in cui tutto (o quasi) è stato fatto, inventato, proposto. La ricerca dell’originalità spesso sfocia in ansie da prestazione per cui sono molti i cuochi, giovani e non, che cucinano alla ricerca di un giudizio su una guida (che spesso non sono poi in grado di accettare), ma anche di mera visibilità fine a se stessa. Che cucinano per alimentare il proprio ego, il proprio narcisismo. Per esprimere se stessi, la prorpia creatività, il proprio pensiero, le proprie provocazioni. Tutto bellissimo, ma il commensale?

Ho trovato in Alessandro altro.

Per questo ho scelto di raccontare il suo punto di vista e non quello di altri, con la consapevolezza che esistono tanti bravi professionisti che la pensano allo stesso modo, in grado di affrontare questo lavoro in modo equilibrato, umile e appassionato, con una visione e una percezione che possa andare oltre i 20 mq della cucina in cui vivono ogni attimo della lunga giornata lavorativa.

Cucino perchè mi piace. Essenziale. “Cucinare è l’unica cosa che mi riesce abbastanza bene. Quando sono in una cucina mi sento a mio agio, mi sento bene. Mi piace il rumore del coltello che batte sul tagliere, mi piace il contatto con la fiamma, a sensazione tattile toccando alcuni ingredienti, mi piace vedere la materia che cambia forma”.

Cucino perchè mi piace far star bene gli altri. La generosità. “Mi piace far star bene le persone e il migliore strumento che ho a disposizione in questo momento è la cucina. Essa è condivisione, infatti adoro cucinare per gli altri, che siano clienti del ristorante o amici. A volte mi capita di crogiolarmi nel pensiero di aver fatto passare un bel momento a qualcuno, non per alimentare il mio ego, ma semplicemente per aver fatto star bene qualcuno”.

Cucino perchè mi obbliga a mettermi in discussione. “La cucina è l’unico modo che ho trovato per migliorarmi, per elevarmi interiormente. Il mettermi in discussione, lo sbagliare, il rifare, il riprovare. Il cercare ogni giorno di migliorare ciò che si era ieri. E questo non vale solo per la mia professione, ma vale per tutti, qualsiasi cosa facciano, ognuno di noi dovrebbe provarci. Forse potrebbe essere un modo per dare senso alla nostra vita”.

Forse qualcuno trovera questo scritto scontato, ma non lo è. La speranza è che ognuno di noi trovi nella generosità e nell’attenzione verso gli altri un motivo per impegnarsi in qualcosa, che sia il proprio lavoro o una grande passione. Che si abbandoni un poco di quel narcisismo di cui ormai siamo vittime a volte inconsapevoli.

Che il mondo (sistema) della cucina professionale torni ad essere generoso: che i cuochi tornino a cucinare, che i commensali si limitino a scegliere e godere, che i comunicatori tornino a comunicare, che i giornalisti tornino a informare.

Per un mondo più umano.

Attendiamo tra un anno il ritorno di Alessandro in terra bergamasca.

Parole di Lara Abrati